IBRIDA

@ibrida_

Ornamental tattoos


“Come pensi venga visto, oggi, il tatuaggio?”

“Secondo me ci stiamo raccontando una grande bugia dicendo che le cose sono cambiate. […] Perché, nel momento in cui c’è anche solo una differenza stilistica nel modo in cui sei tatuato, vieni visto come diverso e si percepisce il giudizio.”


“Ti sei mai sentita stigmatizzata, criticata, giudicata per le tue modificazioni corporee?”

“Quasi tutti i giorni. È un giudizio che vogliono assolutamente spiattellarti in faccia. […] Il fatto che tu sia tatuato/a diventa una conseguenza negativa nei confronti del mondo, come se tu rappresentassi il male.”

“Questo è lo stigma che mi sento addosso. […] Tendenzialmente la persona che viene a giudicarti è una persona ignorante che non accetta la diversità, che non accetta il mio diritto a essere libero di fare quello che voglio con il mio corpo, ed è molto grave secondo me che non si possa accettare la libertà di un’altra persona.”

“Il bello del tatuaggio in sé, del desiderio di tatuarsi, è la possibilità di esprimersi in maniera totalmente libera, di avere il potere di decidere che cosa crearsi addosso. […] Poi ci sono sicuramente differenze nella conoscenza; tutto sta in quanto la persona è curiosa nei confronti di qualcosa che sta per andare a fare e quanta necessità sente di doversi documentare a riguardo.”


“Come ti approcci al tatuaggio?”

“Io mi sento molto fortunata quando una persona mi scrive perché significa che in qualche modo sono riuscita a comunicare la mia essenza, la mia necessità espressiva di quel momento. Quando poi mi approccio a un appuntamento, vivo sempre un certo momento di intimità, anche se non lo ricerco attivamente, si crea una connessione.”

“Cerco di mettere l’altra persona davanti a una necessità emotiva, perché non è mai solo una necessità estetica. Il fatto di sentirsi a proprio agio, sentirsi capiti e non essere semplicemente un supporto o una tela su cui l’altra persona disegna. Per me è importante far capire alla persona che io sono solo un tramite di quella che è la sua richiesta, la sua essenza, la sua necessità espressiva. […] Il protagonista è l’altro, non sono mai io.”

“Sono sempre molto schietta dicendo che è un percorso lungo, che c’è tanta sofferenza e tanta necessità di trasformazione. Quello che succede sempre, forse in virtù del tempo, è che si verificano cambiamenti importanti. […] Una costate durante questo processo è che tutta l’esperienza porta a un’evoluzione nel momento in cui si abbraccia il cambiamento.”


“Quello che viene fuori nel tatuaggio è la vera essenza della persona; la sofferenza, l’incazzatura, il dolore, la felicità. […] Ho tante persone che processano il dolore attraverso il tatuaggio. […] Persone che magari non riescono a esprimerlo, che fanno fatica, ma appena li tocchi e parte il dolore fisico, iniziano a sentirlo e ci riversano dentro anche il dolore emotivo che era lì ad aspettare, che voleva solo uscire.”

“Io vivo il rapporto con i clienti con una parte di me che viene sempre lasciata a loro. In qualche modo cresco anche io, imparo cose nuove, capisco dove sbaglio. […] Impari ad apprezzare il fatto che l’altro sia lì e che ti trasmetta delle cose. È un flusso continuo di energie, continuano a girare, girare, girare, ce le scambiamo. […]  A volte ti dimentichi e vedi solo la sofferenza ma poi ti ricordi che la persona ti ha scelto e hai una bella responsabilità tra le mani.”

“Il fatto di tatuarsi non è solo l’atto di tatuarsi, è anche che dopo ti rendi conto di avere bisogno di tempo per te stesso […] ti obbliga a una sorta di recovery […] manifestazione del fatto che non siamo più abituati a stare solo con noi stessi e prendersi cura di quella parte lì […] ti rende molto consapevole.”


“La mia necessità di tatuarmi è la mia necessità di riuscire finalmente a vedermi per quello che sono. […] È voler manifestare effettivamente la mia trasformazione, la mia passione, trasmetterla. Voglio che le persone mi guardino e capiscano cosa sono, chi sono. […] È la manifestazione totale che io sono questo e ne vado fiera ed è ovvio che voglia mostrarlo agli altri. […] È anche il fatto di far capire che c’è qualcosa di più.”

“Da che ho iniziato a tatuarmi, ho capito che quella che vedevo era una pelle che nascondeva qualcos’altro. Io non mi sentivo a mio agio dentro la mia pelle perché dentro di me non era così. […] Molta gente dice “come mamma ti ha fatto”, ma mamma ti ha fatto dentro e fuori. Se dentro non sei come sei fuori, allora quello che hai dentro devi portarlo fuori ed è molto bello se tu capisci chi sei e lo proietti sul corpo. […] Altrimenti vivi una vita come se stessi impersonificando un personaggio che non sei te.”

“Nel momento in cui comprendi che il tatuaggio fa parte di te, della tua identità, diventa un pezzo di puzzle molto importante. Perché, nonostante tu possa avere l’amore più grande attorno o il contesto più sereno, senza il senso di appartenenza e senza la tua totale identità ti senti perso, totalmente perso. […] Quindi, le persone che a un certo punto capiscono che il tatuaggio è parte della loro identità, completano la loro persona, si completano.”