
“Quale aspetto ti piace di più del tatuare?”
“Penso che sia il rapporto molto particolare e speciale che si crea con la persona. Tatuare vuol dire avere un legame in quel momento, o anche prima mentre progetti, con una persona fisica vera. È completamente diverso dall’avere a che fare con la propria arte in maniera autonoma e unilaterale. Quando tatui una persona si creano una serie di collegamenti e connessioni.”
“Mi capitano spesso clienti che hanno storie personali specifiche, speciali, anche un po’ traumatiche magari, quindi c’è sempre bisogno di una cura della persona attraverso il progetto e il disegno scelto, che non parli solo di loro ma con loro. […] Ho a che fare quasi esclusivamente con persone che scelgono il tatuaggio come esplicitazione di una percezione di sé oppure come tentativo di cura di qualcosa che sentono come una rottura”
“Non è una toppa, non parlo di un “mi tatuo perché avere questo tatuaggio mi farà felice ora che sono triste“. Piuttosto è la necessità di elaborare qualcosa di difficile, oppure di bellissimo, attraverso la ricerca di un’immagine da avere addosso per sempre al fine di celebrare un nuovo equilibrio o comprendere un nuovo equilibrio […] Trovare un rapporto nuovo con se stessi.”
“Mi piace tanto la parola narrazione […] Io percepisco personalmente il mio corpo come una narrazione o una possibilità di narrazione. Il fatto di poterlo illustrare trovo che sia una cosa stupenda. È chiaro che ogni tatuaggio è per sua nomina definitivo, ma non penso che la parola definitivo si applichi al mio modo di vedere la narrazione. È un continuo trasformarsi […] Ogni narrazione personale è fatta di strati, collegamenti ed equilibri diversi.”
“Che rapporto c’è tra corpo e tatuaggio?”
“È molto importante. Spesso il tatuaggio aiuta ad amare il proprio corpo, non perché ci metti sopra una cosa che ti piace, ma perché c’è stato un processo – anche doloroso – per ottenerlo. […] Tra il progetto, l’esecuzione e la cura del tatuaggio, la persona si trova ad avere a che fare con quella parte del corpo per diverso tempo; avere cura di una cosa porta ad amare quella cosa. In questo senso il tatuaggio è una comunicazione da me a me, è qualcosa di auto-curativo“
“Ti sei mai pentita o stancata di un tatuaggio?”
“Non credo di potermi mai pentire o stancare di qualcosa che ho tatuato addosso per il semplice fatto che sarebbe come togliere parti del libro che ho già scritto. Sono parti di me e le ho scelte per un motivo. […] Non vedo il tatuaggio come una scelta solo del momento ma come qualcosa di legato a un bisogno di narrazione personale e sono sempre io a scegliere a venticinque, trenta, ottant’anni.”
“Ci sono mai state esperienze negative?”
“Capita in alcuni periodi di avere meno forza e questo porta a sentire il dolore del tatuaggio in modo diverso. Non è più solo doloroso ma diventano dei tagli da cui esce anche tutto il resto, quelle cose, quei grumi che hai dentro perché in quel momento la tua vita sta andando in quel modo lì. […] Il dolore mentale oltre che fisico prende a uscire da li perché in quel momento è aperto lì e trova una via di uscita da quel canale.”
“Come ti senti a essere una tatuatrice?”
““Sono molto contenta di essere una tatuatrice donna, di lavorare con tatuatrici donne e che stiano aumentando – perlomeno come visibilità. Sono contenta di fare parte di una comunità artistica del femminile – che sia il femminile identitario o il femminile generativo. […] Sento di poter dare alla mia comunità di persone un luogo fisico e mentale di accoglimento totale, e questo è un grande potere.”